Gigi Russo

autore visivo

Fare il fotografo ed esserlo, per me, non sono la stessa cosa. Fare il fotografo significa conoscere uno strumento, imparare a guardare, comporre, scegliere la luce, aspettare il momento giusto. Significa raccontare persone, luoghi, storie. È un mestiere, un linguaggio, qualcosa che si impara e che, con il tempo, si impara anche a fare bene. Essere fotografo, invece, per me ha cominciato a significare altro. L’ho capito quando il mio rapporto con il tempo e con il corpo ha iniziato a cambiare. Quando alcuni gesti che prima davo per scontati hanno chiesto più attenzione, più lentezza, più ascolto. Anche il mio modo di guardare è cambiato. A quel punto non mi è più bastato chiedermi come fotografare. Ho cominciato a chiedermi perché. Lo sguardo si è spostato lentamente da ciò che avevo davanti a ciò che mi accadeva dentro: il tempo, il corpo, la fragilità, l’attesa, la paura, ciò che cambia senza chiederti il permesso. Ho cominciato a capire la differenza tra fare il fotografo ed esserlo. Oggi la fotografia non è più soltanto il modo in cui guardo il mondo. È il modo in cui provo a starci dentro. Mi serve per fermarmi quando tutto sembra andare troppo veloce, per avvicinarmi alle cose che non so spiegare, per dare una forma a ciò che sento ma che spesso non riesco a dire. Non fotografo per dimostrare di saper fotografare. Fotografo per cercare. E non sempre so cosa sto cercando.

Forse è proprio questo, oggi, che mi interessa della fotografia: il fatto che non mi dia risposte, ma continui a costringermi a fare domande.